ARTEMISIA GENTILESCHI Roma, 8 luglio 1593 – Napoli, circa 1656
Ho fatto voto solenne di non inviare mai i miei disegni perché la gente mi ha ingannato. In particolare, proprio oggi ho scoperto … che, dopo aver fatto un disegno di anime nel Purgatorio per il Vescovo di San Gata, egli, per spendere meno, commissionò a un altro pittore di fare il dipinto usando il mio lavoro. Se fossi un uomo, immagino che non sarebbe andata così.
Artemisia Gentileschi fu una delle più importanti pittrici italiane. È considerata un’artista di scuola caravaggesca, per le sue pennellate che riprendono lo stile del grande Michelangelo Merisi.
Fin dalla più tenera età, Artemisia viene educata all’arte dal padre, il pittore toscano Orazio Gentileschi. È lui che le insegna a disegnare, a impastare i colori e a dare lucentezza ai dipinti: all’epoca infatti le donne non potevano frequentare alcuna scuola o bottega d’arte.
Artemisia visse la sua giovinezza in un ambiente ricco di stimoli artistici come quello della Roma del XVII secolo, resa grande dall’arte barocca.
Benché giovanissima e in un settore dominato dagli uomini, Artemisia riuscì a mettersi in mostra con le sue opere, tra tutte “Susanna e i vecchioni”, dipinto del 1610.
La sua vita cambiò però bruscamente a diciassette anni.
Nel 1611 infatti Artemisia subì uno stupro da parte del pittore Agostino Tassi, amico e collega del padre. La ragazza non denunciò subito l’artista, in quanto il Tassi le promise di mettere a tacere il delitto con un matrimonio riparatore (uno dei modi con cui all’epoca era possibile restituire dignità ad una donna violata).
Agostino Tassi non rispettò l’impegno (pare che fosse già sposato) così Artemisia decise di andare incontro ad un lungo e umiliante processo, pur di vedere riconosciuti i propri diritti.
Nel corso del dibattito la difesa tenterà in tutti i modi di screditare la ragazza che sarà costretta a sottoporre la sua testimonianza alla dolorosa e pericolosa prova dello schiacciamento dei pollici.
Proprio a questo periodo risale una delle sue opere più note: Giuditta che decapita Oloferne (1612 – 1613).
Al termine del processo venne riconosciuta la colpevolezza del Tassi (colpevole anche di aver corrotto i testimoni) che sceglierà l’esilio da Roma per non affrontare la pena dei lavori forzati.
Anche Artemisia tuttavia dovette lasciare la città, a causa della vasta eco che aveva riscosso quel pruriginoso processo presso l’opinione pubblica.
Ciò non impedì ad Artemisia di abbandonare la propria passione e nel 1614 l’artista si trasferì a Firenze, dove venne accolta presso l’Accademia delle Arti del Disegno; fu la prima donna a ricevere questo “privilegio”.
Negli anni fiorentini realizzò alcune delle sue opere più celebri, che ebbero come tema essenzialmente donne coraggiose, determinate e dedite al sacrificio come le eroine bibliche.
A questo periodo risalgono opere come La conversione della Maddalena (1615-1616) e la Giuditta con la sua ancella (1625-1627).
Nel 1621 tornò a Roma, per poi spostarsi a Venezia e Napoli, città presso cui si trasferirà definitivamente, fatta eccezione per una breve parentesi a Londra nel 1638.
In quell’anno infatti decise di raggiungere il padre presso la corte di Carlo I, nella città inglese.
Dopo lunghi anni quindi, Artemisia e suo padre si trovarono nuovamente insieme per lavorare spalla a spalla ad un nuovo progetto. Durerà poco: il padre morirà improvvisamente un anno dopo.
Artemisia morì nel 1653, lasciando in eredità i suoi capolavori e la sua essenza di donna coraggiosa e testarda.